Meno Ma Più

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Dove sta la fregatura? Di solito è chiaro cosa si perde, più difficile capire cosa si guadagna.
Anche perché tutta la nostra cultura, la nostra economia, così pervasa dal mito della crescita, della quantità, fatica tantissimo a “quantificare” la qualità, nei rapporti sociali, nelle cose, nel benessere.

Nei numeri, 100 vale più di 10, perché c’è un dato di partenza che spesso dimentichiamo: si sommano, si sottraggono, si moltiplicano e si dividono, solo oggetti uguali fra loro. Questo è il presupposto. Un dato lontano dalla realtà, ma che comunque dichiara il proprio limite: è la prima cosa che ci insegnano alle elementari, non puoi sommare 3 uova con 4 pere.
Ma se parliamo di uova, posso sommare 2 uova di allevamento con 2 uova biologiche allevate a terra, e dire che ho 4 uova? Per la matematica sì, anche se in realtà parliamo di due mondi diversi, per la qualità del prodotto, della vita della gallina che lo ha fatto e la salute di chi lo mangia.

La rincorsa alla quantità, possedere, consumare, avere, ci ha fatto perdere di vista la qualità intrinseca del prodotto. Possiede di più che ha 2 uova biologiche o chi ha 6 uova di Amadori?
È meglio avere 10 vestiti made in China o 2 di cotone biologico con fattura artigianale?
A questo quesito la maggioranza oggi risponde ancora con i propri comportamenti negli acquisti, a favore della quantità: certo l’ideale sarebbe avere 10 vestiti in cotone biologico con fattura artigianale, ma costano troppo e, piuttosto che averne due buoni, è meglio averne 10 di scarsa qualità, tanto la moda cambia e il prossimo anno si possono gettare.
“Meno ma più” è un concetto difficile da far digerire, comprendere, apprezzare. È il presupposto essenziale della economia sostenibile, che si antepone alla economia consumista. Meno sprechi, più valore, creato da una economia virtuosa che premia la qualità, la sostenibilità ambientale, la freschezza, la professionalità.
La cosa più difficile è proprio quella di riuscire a far percepire la differenza fra ciò che è buono e ciò che è merda. Primo perché non c’è nessuno più cieco di chi non vuol vedere e secondo perché i produttori sono diventati bravissimi nel far sembrare, nel vendere fumo, nel creare oggetti di consumo per un popolo di consumatori.
“Meno ma più”, fa anche a cazzotti con la cultura della scarsità: la paura ancestrale di rimanere senza cibo, vestiti, casa, che nelle società moderne non avrebbe ragione di essere per la gran parte delle persone (ovvio che faccio fatica a proporlo a chi vive sotto la soglia di povertà; ma nel meno di tanti, ci sarebbe anche il più per chi ne ha veramente bisogno).

A questo meccanismo fa sempre più fatica a sottrarsi anche il biologico. Noi lavoriamo in questo settore da 30 anni e ci rendiamo conto che le cose stanno cambiando e non in meglio. Non mi riferisco agli scandali, al dubbio se sarà o meno biologico, ma alla qualità finale di molti prodotti assolutamente biologici.
Oggi il biologico è in grande crescita, ormai è possibile acquistarlo ovunque, dallo spaccio del benzinaio all’ipermercato. E questo da una parte è sicuramente positivo (è la cosa per cui ci siamo sempre battuti), ma dall’altra sta sempre più cambiandone i connotati: grandi aziende e grandi superfici di vendita, si stanno lanciando sul bio, per puro business, senza conoscenze di base sulla alimentazione, rincorrendo slogan alla moda e promesse, che facciano vendere. Cosa potrebbero sapere di alimentazione dei responsabili acquisti che oggi acquistano cibo biologico e fra 6 mesi saranno spostati al reparto casalinghi? Non ne sanno nulla la stragrande maggioranza dei medici, figuriamoci un commerciale che deve acquistare al prezzo più basso!

demeter

A Terra e Sole abbiamo riflettuto molto su questi aspetti, ne abbiamo parlato insieme in diversi incontri con tutto il nostro staff.
Abbiamo deciso di andare ad una ridefinizione del nostro assortimento, già comunque molto selezionato.
Non ci accontenteremo più solo della garanzia della certificazione biologica, ma andremo sempre più a ricercare la qualità dei prodotti, degli ingredienti e dei fornitori.
Definiremo le caratteristiche essenziali per poter stare sugli scaffali di Terra e Sole, al di là della certificazione biologica che resta ovviamente imprescindibile. Ci sono tanti produttori che mi dicono, “io sono più che bio, la certificazione non serve a nulla”.
No ragazzi miei, non ci siamo. Questa allergia ai controlli, non mi piace. Fa parte di quell’atteggiamento un po’ anarchico di molti che non amano il rispetto delle leggi, pagare le tasse, rispettare le regole, pensando che i loro principi valgano di più. Ma se scavi un po’ a fondo c’è quasi sempre interesse personale e scarsa affidabilità.

Più freschezza, più prodotto locale, più artigianale, più di stagione, più buono, più ecocompatibile, più integrale, più informazioni sui produttori; meno fuori stagione, meno prodotti raffinati, meno lavorazioni industriali, meno alimenti di origine animale, meno olio di palma, meno imballaggi, ecc.

Io e Antonella avremmo potuto decidere di vendere il negozio e di andare a goderci la terza età in un bel posto, ma, a parte il fatto che nostro figlio non ce lo avrebbe mai fatto fare (per lui Terra e Sole è il fratello minore), abbiamo capito che abbiamo ancora tanto da fare; il nostro lavoro non è finito, ma continua in questa direzione: essere di supporto alla comunità dei nostri clienti, mettere a disposizione la nostra esperienza per aiutarli a scegliere, per farlo consapevolmente. Per aiutare il biologico a non perdersi, a non appiattirsi negli scaffali anonimi dei supermercati, per continuare a raccontare storie di uomini e di cibo, per trasmettere le emozioni di chi è bio dentro e mette le proprie energie a disposizione di un mondo migliore.

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